The Passion di Mel Gibson - don Basilio Gavazzeni gli scrive  

"Vita pastorale" 5(2004)

DON BASILIO GAVAZZENI SCRIVE A MEL GIBSON

di Alberto Bobbio

Durante le riprese di La Passione di Gesù l'attore-regista chiese al parroco del luogo di celebrare con il Messale di san Pio V. AI suo rifiuto, ne nacque un confronto teologico-storico sul senso del sacrificio, sull'universalità della salvezza, sul ruolo dei giudei. Alcuni temi sono stati precisati con due lettere del sacerdote, che pubblichiamo a parte.

Gli ha scritto due lettere dandogli del "tu", come si addice a un parroco che parla a un suo fedele. Gli ha scritto con stima e affetto, perché quell'americano, venuto a casa sua a girare La Passione di Cristo, un poco andava corretto. Don Basilio Gavazzeni, 59 anni, sacerdote monfortano, bergamasco, da 25 anni a Matera, parroco di Sant' Agnese, con Mel Gibson ha discusso a lungo nella sua canonica irta di libri al punto che neppure c'è da sedersi. Oggi racconta la tempra resistentissima di atleta combattente, la scintillante destrezza del modo di ragionare del regista del film più potente, più imbarazzante e più crudele sulle ultime ore di Gesù che sia mai stato prodotto.

Matera val bene Gerusalemme
Tutto è cominciato una sera d'autunno con un telefonata per chiedere la differenza tra il Messale romano detto di San Pio V e quello promulgato da Paolo VI dopo la riforma liturgica seguita al concilio Vaticano II. Don Basilio ricorda che ci fu una richiesta strana e sorprendente: «Mi chiesero se era possibile celebrare la messa facendo uso del Messale preconciliare. Risposi che c'erano dei problemi, che non si poteva risolvere tutto con una telefonata. E il giorno dopo mi trovai Mel Gibson in casa». Comincia così un colloquio prolungatosi durante tutta la produzione del film a Matera, settimane a discutere di teologia e di liturgia, di cinema e di storia, di esegesi e di apocrifi, del carisma di Pietro nella storia, di Concili e di verità dogmatiche, di dialogo religioso, di ecumenismo, di salvezza e del ruolo della grazia.

Adesso che il film ha registrato un grande successo nelle sale di tutto il mondo e attorno a esso si sono attorcigliate discussioni a non rmire, don Basilio ha accettato di rivelare questa esperienza singolare. E un prete che non si tira indietro, parla come una cascata sempre in piena, dotto e sapiente che conosce il cinema e la teologia, ha molto studiato e continua a farlo. C'è un piacere sottile nell'ascoltarlo. Comincia da Matera: «Non è città come le altre: ha già avuto la sua visibilità cinematografica con Pasolini».

Don Basilio va più in là e trova una giustificazione in Flavio Giuseppe, lo storico di Roma che racconta le guerre giudaiche: «Descrive in maniera dettagliata la Gerusalemme del tempo di Cristo che Tito si apprestava a distruggere: case che degradavano le une sulle altre, due colline che terminavano all'esterno in strapiombi profondi. È l'evocazione del Sasso Caveoso e del Sasso Barisano e della fenditura profonda del torrente Gravina. Matera val bene Gerusalemme. Anche per il clima, la roccia di calcarenite, i conci di tufo che cambiano colore con l'andare del sole. Vede, Carlo Levi, che la fece conoscere in Cristo si è fermato a Eboli, la definì bellissima e impressionante. La stessa sensazione è rimasta negli occhi di Pasolini e resterà in quelli di Mel Gibson». Dunque il parroco promuove il regista per la scelta dei luoghi, ma sul contenuto del film il confronto si fa serrato: «Non ci è stata tramandata una raffigurazione del Cristo reale. Questo spiegai a Mel Gibson, sottolineando che la sua era un bella sfida. Paragonai Mel Gibson al dito immenso, spropositato di san Giovanni Battista che nella crocefissione di Gruenewald indica il crocefisso. E l'impressione mi è restata anche adesso. Questo film e il suo regista sono parte di una sorta di segnaletica umana che orienta verso Cristo».

La forza della Passione

Dalla pittura parte la discussione con il regista americano: «Sapeva cosa voleva produrre. Ha osservato centinaia di dipinti. Me li ha descritti ad uno ad uno. Ho capito subito che Mel era un professionista curioso e assai perfezionista, in grado di conciliare arte e mercato, come poi è risultato. Per questo ha meravigliato tutti e ha provocato quell'enorme dibattito. Al primo incontro abbiamo discusso per ore sulla raffigurazione dell'Uomo della Sindone. Lui insisteva su un'idea di rappresentazione non oleografica, per far sparire il romanticismo che ha avvolto la Passione per secoli, senza quasi sangue. Affermava che per indicare la forza dell'azione redentrice occorresse scegliere una via decisa anche nelle immagini, quasi che bisognasse gridare e non più dire sottovoce le sofferenze enormi di quelle ultime dodici ore.

«La sua è stata una scelta. Continuava a ripetermi la forza delle Passioni seicentesche, in cui il sangue non era un elemento indifferente, e criticava per converso le immagini tiepide, consolatorie, non abbastanza potenti offerte nei secoli successivi. Abbiamo a lungo parlato del ruolo del sangue, della sofferenza nella redenzione, del dolore necessario a contrastare il male. Gibson ha scelto uno stile, direi, indelebile, ha utilizzato tutte le dotazioni e le strumentazioni del cinema, anche un robot. Era suo diritto farlo. Certamente il messaggio che ne esce è quello della Passione secondo Gibson e qui ci siamo davvero scontrati».

Don Basilio ricorda che il regista salendo le scale della canonica ha visto subito il Messale di San Pio V su una mensola: «Lo tengo lì come tanti altri libri. Lui lo ha notato perché accanto c'era una piccola statua della Madonna. Abbiamo incominciato a discutere dell'eucaristia: Gibson ne ha un'idea sacrificale e il film lo dimostra con grande chiarezza. Io cercavo di spiegargli la natura conviviale dell'eucaristia, per cui nessuno è predestinato alla salvezza, per cui non esiste un diritto automatico di qualche uomo, magari provocato dal dolore».

La discussione tra il parroco e il regista è andata avanti sul punto per molto tempo. E ogni tanto tornava nelle visite che don Basilio faceva sul set. Ma Gibson era irremovibile. Non ha accettato la formula della riforma liturgica del Vaticano II riguardo alla preghiera eucaristica. La traduzione nei sottotitoli resta quella del Messale di san Pio V: «Il sangue versato per voi e per molti», secondo la formula latina pro vobis et pro multis effundetur. Don Basilio non se lo scorda: «Un'identità forte contrapposta a un'altra altrettanto forte. Io sul Concilio non transigo. È stato come un duello, molto cavalleresco, ma sempre un duello. Ricordo gli occhi meravigliati di chi ci vedeva discutere.

Gibson è un uomo assai preparato. Citava padri della Chiesa, documenti vaticani in latino senza sbagliare una parola, papi, concili. È un aspetto della personalità del gista inedito ai più. La mia impressione è che davvero abbia voluto fare il film per sciogliere un voto. Aderi a un cattolicesimo, direi, sui generis, fanciullesco e un po' spavaldo. Ho trovato molti punti deboli nella sua teologia, ma non posso dimenticare che a un certo punto mi ha confidato che per Cristo darebbe la vita». Anche di antisemitismo hanno parlato: «Ho avuto l'impressione, nonostante la sua avversione per il Vaticano II, che conoscesse bene il punto della dichiarazione Nostra aetate, ve si legge: "Sebbene le autorità ebraiche con i propri seguaci si siano adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo".

Va ricordato che la cultura anglofona a cui Mel Gibson appartiene è quella più avanti negli studi sul Gesù storico». L'ultimo tema discusso è stato il ruolo delle donne. Don Basilio spiega che all'inizio l'idea del regista era quella di affidare anche a loro un ruolo molto crudo nelle invettive contro Gesù che saliva al Calvario, per far risaltare il ruolo della Madonna: «Alcune comparse di Matera mi vennero a raccontare il loro disagio a sputare contro Gesù e urlare insulti. Così ho parlato a Gibson del ruolo sempre per lo meno compassionevole delle donne, tramandato nella pietà popolare con l'immagine della Veronica. E ho l'impressione che il regista mi abbia ascoltato».

Alla fine don Basilio Gavazzeni è soddisfatto: «Il film ci costringe a misurarci con il Cristo da almeno tre punti di vista: della fede, della storia, della cultura».

Prima lettera

Caro Mel, mi permetto di ricordarti che nei racconti evangelici sulla Passione, almeno una categoria di persone, fra quelle che appaiono attorno a Gesù, non risulta storicamente responsabile e complice di quanto si sta consumando, e non resta indifferente e insensibile davanti al Martire: le donne.

A parte la Madre e le parenti, vi sono le pie donne, v'è la moglie di Pilato che mette in guardia il marito dal compromettersi con un innocente, vi sono «quelle che, quando egli era ancora in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme». Esse pietose e piangenti seguono Gesù mentre trascina la croce al Calvario. La figura leggendaria della Veronica, carissima alla tradizione iconografica, compendia, appunto in una icona indimenticabile, l'atteggiamento femminile verso il Cristo avviato alla crocifissione. Poi le donne interverranno alla sepoltura; il mattino della Pasqua, per prime, si porteranno al sepolcro, con l'intenzione di trattare il corpo di Gesù con i profumi e gli unguenti rituali.

Esse avranno il privilegio della prima apparizione del Risorto, e riceveranno da lui l'incarico di riferire l'avvenimento ai discepoli. Sono sicuro che questo dato importantissimo ti è presente, ma ho voluto ricordartelo perché a molti può sfuggire, e non deve essere dimenticato dai tuoi collaboratori, e, in particolare, dalle comparse femminili. È verità storica, il cui riscontro nel film ne accrescerà la qualità, e farà piacere alle donne dei nostri giorni.
Con stima e affetto

d. Basilio Gavazzeni Matera, 5.11.2002

Seconda lettera

Seconda lettera
LA "IPSISSIMA VOX"

Caro Mel,
ti debbo una risposta più rigorosa alla domanda più delicata che mi hai posto. E la stessa che ricorreva con varia insistenza fra i cattolici, dopo la riforma della liturgia figliata dal Vaticano II. Fu conseguente all'abbandono del latino che per secoli era stata la lingua liturgica e all'adozione delle lingue volgari.

Nel Messale romano, promulgato da san Pio V nel 1570 e rimasto in uso fino a quando la liturgia si adeguò al Concilio, la formula della consacrazione sul calice suonava "qui pro vobis et pro multis effundetur". Perché nel Messale romano promulgato da Paolo VI nel 1969, e ora presente su tutti gli altari, la formula consacratoria suona allo stesso punto "versato per voi e per tutti"? Perché "molti" è stato trasmutato in "tutti"? Non si è perpetrata una sostanziale infedeltà alla lettera e allo spirito delle originarie parole di Cristo? Questa la tua domanda.

Quella mattina avevamo sotto gli occhi due Messali Romani, ma era evidente che tu ti rifacevi ai testi neo-testamentari riguardanti l'istituzione dell'eucaristia. Non era nemmeno il caso ri veficare sul Novum Testamentum graece et latine del buon Augustinus Merk (1957) né sul migliore manuale di critica testuale, quello di Bruce Metzger (Paideia, 1966). In realtà gli originali υπερ πολλων e περι πολλων in Marco e Matteo (soltanto in essi) e tradotti nella "Vulgata" pro multis e così passati nel Messale di san Pio V, vengono tradotti "per tutti" in quello di Paolo VI.

Sì, vi è stata una variazione, ma non tale da inficiare la sostanza della fede, anzi! La sostanza è che il sacrificio di Cristo merita la salvezza per tutti gli uomini: ne resteebbe escluso solo chi la rifiutasse. 1'espressione "per tutti" afferma l'universalità potenziale della salvezza, che potrebbe essere intaccata solo dall'autoesclusione di alcuni uomini, ma non afferma l'universalità fattuale, come se fosse comunque dovuta a tutti.

Ambedue le traduzioni sono corrette e ortodosse, mi ha confermato Piersandro Vanzan, teologo gesuita in forza presso la Civiltà cattolica che ho consultato telefonicamente. Ognuna sottolinea sfumature diverse delle parole di Gesù che, tuttavia; sono sostanzialmente rispettate. Ma la seconda traduzione è più fedele allo spirito contenuto nella lettera. Il greco πολλοι non contiene solo il concetto di pluralità, ma anche quello di totalità. Piersandro Vanzan mi ha ricondotto il problema alla vasta problematica del tradurre che oscilla sempre fra lettera e spirito. Ha aggiunto che un razionalismo cartesiano nel tradurre i testi greci neo-testamentari in cui traspaiono semitismi non sarebbe certo il meglio e "tradirebbe" di più. E mi ha ricordato pure come due cristiani geniali come san Girolamo e sant'Agostino contendevano con tutte le risorse della retorica sul senso di alcune parole, ma poi fraternizzavano nella condivisione del mistero cristiano.

L'espressione "per tutti" è più vicina che pro multis al senso inteso da Cristo, perché essa recupera il senso inequivocabile del semitismo sotteso all'espressione greca. Un senso che è inclusivo: riguarda cioè gli uomini di origine pagana che, fuori dei recinti d'Israele, accoglieranno il Vangelo. Che cosa intendono le parole di Cristo riferite da Marco e Matteo è esplicitato con chiarezza dall'espressione raccolta dall'evangelista Giovanni che specifica υπερ της του κοσμου ζωης «per la vita del mondo» (Gv 6,51). Che è espressione inclusiva, come "per tutti".

La portata dell'affermazione di Cristo, sul punto di morire di una morte "vicaria", non solo per i credenti che costituiscono il nuovo Israele, ma anche per i popoli cosiddetti "gentili", che si apriranno alla salvezza, è spiegato in maniera esaustiva dall'autorevolissimo esegeta J. Jeremias, fondandosi soprattutto sul testo riguardante il Servo di Jhwh in Isaia 53, in cui il senso inclusivo di molti-tutti si trova «non meno di cinque volte».

Ti faccio notare che una centrazione letteralistica sull' espressione "pro multis" finirebbe per misconoscere l'essenziale universalità della salvezza meritata da Cristo, e rischierebbe di aprire il varco a un concetto di predestinazione tutt'altro che cattolico. E infine, se Mel dà tanta importanza all'aramaico, senza dubbio per ritrovare il suono autentico della "ipsissima vox" di Cristo e dei suoi contemporanei, la coerenza impone che egli apprezzi l'espressione "per tutti" della formula consacratoria nel Messale di Paolo VI: proprie perché, perforando con le giuste strumentazioni sia lo strato latino della "Vulgata" e sia quello greco dell'originale neo-testamentario a disposizione, ha raggiunto con certezza il semitismo anteriore, appunto inclusivo, e non esclusivo, con il quale Gesù Cristo si era espresso.

Questa è una piccola risposta quale può venire da un "curé" quasi di "campagne", che è lontano da luoghi della teologia pura, ma è come lui sensibile all'oro assoluto e irrecusabile delle parole di Cristo trasmesse alla Chiesa fondata sul carisma di Pietro.
Con stima e affetto incondizionati.

Don Basilio
Matera, 15.11.2004

Breve Storia del cinema su Gesù