Il grande poeta spagnolo ci dà un Gesù tutto interiore, fatto di mistero e di trepidazione individuale.

 

MACHADO ANTONIO (1875-1939)

 

Cantare

Perché chiamar sentieri

Le scie del destino?

Chiunque cammini, avanza

Come Gesù, sul mare.

Amo Gesù, che ha detto:

“ Passeran cielo e terra,. resterà la mia parola”.

Qual fu tale parola?

Amor? Perdono? Carità?

No: quella parola fu,

Quella parola: “Vegliate!

Poiché non conoscete l'ora

In cui vi si dovrà destare;

Ben vigili dormir dovete:

Vegliate dunque!”.

 

Un brano da “AA.VV., Marxisti  di fronte a Gesù”, ed. Queriniana 1976, pagg 132s

Milan Machovec, cecoslovacco, studioso di storia delle religioni e marxista ateo, scriveva:

“Immaginiamo un caso alquanto assurdo: che tutti, assolutamente tutti i residui letterari e artistici, ecclesiastici e umani della storia bimillenaria della cristianità spariscano all’istante (o siano annientati completamente e completamente dimenticati nel giro di pochi decenni): tutti gli edifici, tutte le chiese, tutte le statue, tutti i quadri, da quelli di Michelangelo a quelli del peggiore kitsch, tutti i sistemi teologici, anzi tutti i libri di carattere storico che riguardino, magari anche per combatterlo, il cristianesimo. In tal caso, però non sarebbe necessario dimenticare nulla dell’antichità pagana greca o egizia, nulla del Rinascimento e dell’epoca moderna, sostanzialmente atei.

Allora, in una società così “epurata”, così radicalmente “decristianizzata”, ecco che all’improvviso, in qualche parte del deserto egiziano o siriano, si scopre un’edizione completa del vangelo di Matteo o Luca, lo si studia come qualcosa di completamente nuovo e lo si mette a disposizione di pensatori e storici.

Dovrebbe essere una scoperta assolutamente fantastica, a confronto della quale i reperti di Qumran o la decifrazione dei geroglifici egiziani, tutta l’africanistica  e l’americanistica non sarebbero che risibili quisquilie. I filosofi  della morale e gli storici sarebbero sbalorditi che fosse stato mai possibile qualcosa di così moralmente profondo e grandioso nella situazione brutale, semibarbarica, del primo o terzo secolo. Anche le profonde meditazioni etiche di un Socrate o di un Aristotele ci apparirebbero indubbiamente come qualcosa di ben modesto, qualcosa di aristocratico e freddo.

Per tutti coloro che fossero profondamente inquieti, sofferenti, alla ricerca, una simile scoperta – ad onta del velo dualistico-mitologico – sarebbe qualcosa d’enorme, segnerebbe una rottura nel loro proprio essere e nel loro proprio pensiero”.